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Manifesto dell'Ecosocialismo

di Michael Lowy e Joel Kovel

L’attuale sistema capitalistico non è in grado di regolare, né tanto meno superare, le crisi che ha scatenato. Non è in grado di risolvere la crisi ecologica, perché questo richiederebbe di porre dei limiti all’accumulazione, un’opzione inaccettabile per un sistema promosso a partire dalla massima “crescere o morire!” In termini ecologici è profondamente insostenibile e deve essere cambiato in modo sostanziale – o meglio ancora, rimpiazzato – se vogliamo che ci sia un futuro degno di essere vissuto.


Il secolo XXI è iniziato in toni catastrofici, con un livello senza precedenti di degrado ambientale e di “ordine” mondiale caotico, assediato dal terrore e dai focolai della guerra a bassa intensità (disintegrante) che si estendono come una cancrena lungo vaste aree del pianeta – Africa Centrale, Medio Oriente e nord-est dell’America Meridionale – e si riverberano in tutte le nazioni.

La crisi ecologica e la crisi sociale sono profondamente correlate e vanno viste come manifestazioni distinte delle stesse forze strutturali. In termini generali, la prima è il risultato della industrializzazione galoppante che supera la capacità della Terra di ammortizzare e contenere la destabilizzazione ecologica. La seconda deriva da quella forma di imperialismo, conosciuta come globalizzazione, con i suoi effetti disaggreganti sulle società. Inoltre, queste forze soggiacenti sono, nella loro essenza, aspetti differenti di uno stesso impulso che deve essere identificato come il fattore dinamico centrale che tende alla totalità, cioè all’espansione mondiale del sistema capitalistico.

Rifiutiamo tutti gli eufemismi o la riduzione propagandistica della brutalità di questo regime: tutto l’intento di colorare di verde i suoi costi ecologici, tutta la mistificazione dei costi umani nel nome della democrazia e dei diritti umani. Insistiamo, al contrario, sulla necessità di guardare al capitale dalla prospettiva di ciò che ha realmente provocato.

Per quel che concerne la natura e il suo equilibrio ecologico, questo regime, con il suo imperativo di costante espansione della redditività, espone gli ecosistemi ad agenti contaminanti e destabilizzanti; danneggia gli habitat che si sono evoluti nel corso di milioni di anni permettendo la nascita di organismi; consuma le risorse e riduce la vitalità sensuale della natura al freddo scambio che richiede l’accumulazione del capitale.

Dal punto di vista dell’umanità, con le sue richieste di autodeterminazione, di comunità e di un’esistenza piena di senso, il capitale riduce la maggior parte della popolazione mondiale ad un mero serbatoio di forza-lavoro, mentre scarta la popolazione restante come fastidio inutile. Ha invaso ed eroso l’integrità delle comunità attraverso la sua cultura di massa del consumismo e della spoliticizzazione. Ha esteso le disparità nella distribuzione della ricchezza e del potere fino a livelli senza precedenti nella storia dell’umanità. Ha lavorato in stretto contatto con una rete di stati servili e corrotti, le cui élites locali esercitano la repressione e ne liberano l’infamia. Inoltre ha messo in moto una rete di organizzazioni transnazionali sotto la supervisione generale delle potenze occidentali e della superpotenza degli Stati Uniti, per minare l’autorità della periferia e legarla all’indebitamento, mentre mantiene un enorme apparato militare per garantire l’accordo con il centro capitalista.

L’attuale sistema capitalistico non è in grado di regolare, né tanto meno superare, le crisi che ha scatenato. Non è in grado di risolvere la crisi ecologica, perché questo richiederebbe di porre dei limiti all’accumulazione, un’opzione inaccettabile per un sistema promosso a partire dalla massima “crescere o morire!” E non è in grado di risolvere la crisi generata dal terrore o da altre forme di ribellione violenta perché, per farlo, dovrebbe abbandonare la logica imperiale, cosa che imporrebbe limiti inaccettabili alla crescita e a tutto il modo di vivere sostenuto dall’esercizio del potere imperiale. La sua unica opzione è ricorrere alla forza bruta, incrementando così l’alienazione e piantando i semi del terrorismo…e dell’ulteriore contro-terrorismo, sviluppandosi fino ad una variante nuova e perversa di fascismo. Insomma, il sistema capitalistico mondiale si trova in una bancarotta storica. Si è trasformato in un impero incapace di adattarsi, il cui gigantismo finisce per lasciare allo scoperto la sua debolezza interna. In termini ecologici è profondamente insostenibile e deve essere cambiato in maniera sostanziale – meglio ancora, rimpiazzato - se vogliamo che ci sia un futuro degno di essere vissuto.

In questo modo, ci troviamo di nuovo davanti all’alternativa prospettata una volta da Rosa Luxemburg: socialismo o barbarie! In questa occasione, il volto della barbarie riflette il marchio del secolo che inizia e assume le sembianze della eco-catastrofe, del terrore e del contro-terrore e della sua degenerazione fascista.

Tuttavia, perché il socialismo, perché rivivere questa parola in apparenza destinata all’immondezzaio della storia, a causa dei fallimenti delle sue interpretazioni nel XX secolo? Solo per una ragione: per quanto sia colpita e lontana dalla realizzazione effettiva, la nozione di socialismo continua ad esprimere il superamento del capitale. Se il capitalismo deve essere superato, compito che in questo momento ritorna urgente per la sopravvivenza della civiltà stessa, il risultato sarà per forza di cose socialista, perché tale è la conclusione che indica l’avanzamento verso una società post-capitalistica. Se affermiamo che il capitale è radicalmente insostenibile e si frammenta nelle barbarie appena descritte, allora affermiamo anche che è necessario costruire un socialismo capace di superare le crisi che il capitale ha provocato nel tempo. E anche se i socialismi del passato non sono riusciti a farlo, se scegliamo di non sottometterci ad un destino barbaro, allora abbiamo l’obbligo di lottare per un altro socialismo che sia capace di vincere. Allo stesso modo in cui la barbarie è cambiata in modo da rispecchiare il secolo trascorso dal momento che Luxemburg ha espresso la sua speranzosa alternativa, il nome e la realtà del socialismo devono essere quelli che richiede il nostro tempo.

Per questi motivi chiamiamo ecosocialismo una nostra interpretazione del socialismo e abbiamo deciso di dedicarci alla sua realizzazione. Vediamo l’ecosocialismo non come la negazione, ma come la realizzazione dei socialismi del primo periodo del XX secolo, nel contesto della crisi ecologica. Come quei socialismi, il nuovo si costruisce a partire dalla percezione del capitale come lavoro oggettivato e si fonda sul libero sviluppo di tutti i lavoratori o, per dirlo in altre parole, sulla fine della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione. Comprendiamo che questo obiettivo non ha potuto essere realizzato dai socialismi del primo periodo per ragioni che, sebbene risultino troppo complesse per essere trattate qui, possono riassumersi nei diversi effetti del sottosviluppo in un contesto dominato dall’ostilità dei poteri capitalistici. Questa congiuntura ha avuto numerosi effetti negativi sui socialismi realmente esistenti, in particolar modo per quel che riguarda la negazione della democrazia interna mediante l’emulazione del produttivismo capitalista, e ha finito per condurre al collasso di queste società e alla rovina dei loro ambienti naturali.

L’ecosocialismo mantiene gli obiettivi di emancipazione del socialismo del primo periodo e rifiuta tanto gli scopi riformisti – attenuati – della socialdemocrazia quanto le strutture produttive delle varianti burocratiche del socialismo. Invece insiste nel ridefinire tanto il modo quanto l’obiettivo della produzione socialista in un ambito di riferimento ecologico. Lo fa in maniera specifica per quanto riguarda i limiti della crescita, essenziali per la sostenibilità della società, limiti che, tuttavia, non sono adottati nel senso di imporre scarsità, bassa qualità della vita e repressione. L’obiettivo, al contrario, consiste in una trasformazione delle necessità e in un cambiamento profondo verso la dimensione qualitativa, prendendo le distanze da quella quantitativa. Dal punto di vista della produzione delle merci, questo si traduce in una valorizzazione dei valori d’uso piuttosto che dei valori di scambio – un progetto di vasto significato, basato sull’attività economica immediata.

La generalizzazione della produzione ecologica sotto condizioni socialiste può fornire la base per superare la crisi attuale. Una società di lavoratori liberamente associati non si ferma alla sua democratizzazione. Al contrario, deve insistere sulla liberazione di tutti gli esseri umani come sostegno e come obiettivo. In questo modo supera l’impulso imperialista tanto nell’obiettivo quanto nel soggettivo. Nel raggiungere questa meta, lotta per superare ogni forma di dominazione incluse, in modo particolare, quelle basate sul genere e sulla razza. Supera le condizioni che danno origine alle distorsioni fondamentaliste e alle loro manifestazioni terroristiche.

Nessuno può leggere queste idee senza pensare, in primo luogo, a quanti problemi pratici e teorici possono sorgere da esse e, subito e in maniera scoraggiante, a quanto lontane esse siano rispetto all’assetto attuale del mondo sia per quel che riguarda le istituzioni sia per le forme in cui è presente nella coscienza. Il nostro progetto non consiste né nel delineare ogni passo di questo percorso né nel cedere davanti all’avversario a causa del carattere opprimente del potere che ostenta, ma piuttosto consiste nello sviluppare la logica di una trasformazione sufficiente e necessaria dell’ordine attuale e nell’iniziare a sviluppare le tappe intermedie in direzione di questo obiettivo. Facciamo questo con il proposito di pensare con maggior profondità a queste possibilità e, a tempo debito, cominciare il lavoro del progetto insieme a coloro che condividono queste stesse preoccupazioni.

da: Ambien-tico
http://www.una.ac.cr/ambi/Ambien-Tico/102/index.htm


Traduzione di Federica Napolitano

Vendola e l'Ecosocialismo del XXI secolo

La questione del Socialismo del XXI secolo è tornata alla ribalta dopo gli interventi della mattinata e del pomeriggio di Nichi Vendola al congresso di SEL, per riflettere sulle sue dichiarazioni, cerchiamo prima di ricordarle:


La dichiarazione del mattino: "Il tema della prospettiva storica, non il tema della cronaca politica, il tema della ricostruzione del soggetto del Socialismo del XXI secolo è un tema aperto, né pensiamo noi di esserne il partito anche perché tra di noi pensiamo che la parola socialismo non si esaustiva di tutto quello che è necessario convocare per costruire il processo del cambiamento e allora dobbiamo radicarci ovviamente dobbiamo organizzarci, dobbiamo strutturare le nostre regole, le regole della vita interna..ci sono zone d’ombra ma straordinarie potenzialità abbiamo una prateria davanti. Costruiamoci ma non automitizziamoci"

Quella del pomeriggio: "Io soprattutto sono contento del fatto che si è chiarita completamente una questione che in realtà per me è chiara da Ottobre dal congresso di fondazione, quanto più è determinata l'indicazione di uno orizzonte largo che è quello della SINISTRA che verrà, appunto della SINISTRA del XXI secolo e ciascuno questo tema l'affronta con le parole, con il vocabolario ,con la sensibilità della propria storia.

C'è attorno alla parola del SOCIALISMO una discussione interessante , IMPORTANTE, non è soltanto una eredità, soltanto un tragitto del PASSATO e' STRAORDINARIAMENTE una PROIEZIONE del FUTURO, il SOCIALISMO naturalmente.

ATTENZIONE, se si riferisce all'EUROPA non deve indicare una cosa quella chiusa diciamo dentro il percorso della TERZA VIA di BLAIR e dei suoi epigoni cioè deve indicare una dimensione UN PO' PIU' LARGA ,quella della RICERCA in cui siamo IMPEGNATI, e tuttavia abbiamo detto che non è sufficiente, che ci sono percorsi esterni e differenzazioni a quelle del SOCIALISMO in tutte le sue declinazioni che arricchiscono una cultura del cambiamento.

INSOMMA il TEMA del SOGGETTO POLITICO della SINISTRA del FUTURO è APERTO, e più che questo ORIZZONTE è APERTO noi ci rafforziamo nell'attualità politica come PARTITO SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA'.

Quanto più noi cancelliamo quell'ORIZZONTE tanto più noi abbiamo un RINCULO,  abbiamo diciamo così una REGRESSIONE."

Sono parole che completano una lunga scia di altre dichiarazioni rilasciate in passato su tale questione cruciale, non solo per l’Italia ma per il futuro del globo.

La riflessione ecologica, infatti, nel mondo odierno risulta inevitabilmente diversa rispetto al passato ed indissolubile rispetto alla questione sociale.

L’imperativo categorico del capitalismo globalizzato è tuttora l’accumulazione di profitto, ma tale folle logica autodistruttiva si scontra al contempo sia contro le forze umane e sociali, portandole inevitabilmente a disperdersi e ad essere sfruttate fino alla più bieca mercificazione, sia contro il nostro habitat, causando la distruzione della natura, che procede di pari passo con la congestione umana, l’utilizzo di risorse non rinnovabili e quelle guerre necessarie per averne il dominio con il monopolio della loro commercializzazione.

Il Socialismo del XXI secolo va debitamente aggiornato rispetto alle categorie marxiane, in particolare, considerando che in Marx perdura una tensione che appare normativa  tra l’aspirazione ad una vita liberata dall’alienazione e tendenze “prometeiche” verso il dominio della natura.

Pur tuttavia, tale “dominio” non rimanda ad una “volontà di potenza” fine a se stessa perché, se ciò fosse, il lavoro umano si ridurrebbe a “plasmare” la natura ridotta a “materia inerte” e ciò rappresenterebbe una fatale regressione verso quell’hegelismo contro  il quale il materialismo storico si era scagliato sin dalle origini.

Per “dominio della natura” Marx intende soprattutto la socializzazione di quel sapere scientifico che consente la democratizzazione sociale e politica della gestione delle risorse naturali.

La riflessione di Marx è inevitabilmente figlia di un tempo in cui la questione ecologica si poneva in termini assai diversi e molto più astratti rispetto ad oggi. Nonostante ciò, nel suo testo più interessante dal punto di vista umanistico e filosofico e, sebbene considerando la natura in forma “spirituale ed inorganica”, Marx si pone non solo il problema del rapporto tra uomo e natura, ma anche quello della costruzione di un sistema in cui tale rapporto possa essere pianamente realizzato: “La vita fisica e spirituale dell’uomo è congiunta con la natura, non ha altro significato se non che la natura si congiunge con se stessa, perché l’uomo è una parte della natura” (Manoscritti del 1844). E ancora: il comunismo “è in quanto compiuto umanismo, naturalismo, e in quanto compiuto umanisimo, naturalismo. Esso è la verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo” (Opere filosofiche giovanili)

In questa ultima frase che, evidentemente, ha il sapore di quell’utopia il cui significato non è “non luogo” ma “luogo non ancora realizzato” è condensata tutta la profezia marxiana che attraversa i secoli successivi alla sua nascita, fino ad oggi.

Per comprendere l’attualità e la pregnanza di questa profezia, infatti, possiamo prendere in considerazione le riflessioni di Joan Martinez-Alier il quale fa giustamente notare che

“A lungo la storia dell’ambientalismo ha coinciso essenzialmente con la storia di come le élites bianche dei paesi ricchi hanno scoperto la bellezza e la fragilità della natura, e di come hanno cercato di proteggerla. Dietro questa versione dell’ambientalismo è possibile intravedere un’idea della natura e delle sue relazioni con la società: l’aspirazione a un ambiente sano e – perché no? – bello sarebbe, dunque, un lusso da ricchi e colti, fuori dall’orizzonte e dai bisogni dei poveri.” Un ambientalismo da club dell’Esercito della Salvezza, fatto di organizzazioni e di partiti ecologisti (i verdi)che affrontano la questione ecologica in maniera completamente svincolata da quella sociale ed, in particolare, prescindendo dalla riflessione sul lavoro e sull’economia.

L’ambientalismo vero, dunque, che ci deve interessare, nella prospettiva del XXI secolo, “non è l’ambientalismo dei ricchi, dei parchi nazionali o dello sfruttamento razionale delle risorse naturali, ma quello dei poveri, che mischia linguaggi e chiede giustizia sociale e ambientale più che una generica protezione della natura o un suo più efficiente utilizzo”

Alla luce di queste considerazioni, diventa quindi chiaro che il Socialismo del XXI secolo non può essere confinato alla mera narrazione del suo nome e della sua prassi o tanto meno della sua storia in senso localistico, come è avvenuto nel passato o come avviene tuttora nella prospettiva di chi ancora è legato alla storia di un singolo partito. Ed è altrettanto evidente che la parola Ecologia, singolarmente, non ha alcun valore. Solo la reciproca contaminazione ed interdipendenza di queste due culture, nell’orizzonte sincronico della globalità contemporanea può davvero rappresentare la prospettiva ECOSOCIALISTA del XXI SECOLO.

Però, a parlarne nei saggi e nelle riflessioni, ci rendiamo conto che la “teoria” non basta e ci servono esempi concreti di come si possa, al contempo, salvare la natura e la salute delle persone, ed il loro lavoro, la loro attività produttiva, senza che questi fattori diventino conflittuali.

Se il Socialismo è “la scienza dell’esempio” ancor di più, quindi, lo sarà l’Ecosocialismo, e, tornando a Nichi Vendola, lo saranno alcuni esempi di eco socialismo realizzato e da verificare, come la spinosa questione dell' ILVA di Taranto in merito alla quale il rapporto tra opportunità di lavoro e salvaguardia della salute e dell'ambiente va attentamente misurato nei fatti

Personalmente credo che SEL sia ormai un partito troppo “stretto” per questa prospettiva, e che anche la sua immagine simbolica non abbia più molto valore.

Ma se è importante non buttare alle ortiche il lavoro già fatto, lo è ancora di più creare, in tempi brevi, quel partito dell’ “Ecosocialismo del XXI secolo” che è sia nel nostro DNA, sia nel nostro orizzonte futuro. Già questo “nuovo vocabolario” basterebbe, come immagine e parola simbolica, poiché risulta enormemente più evocativa e significativa dell’assemblato di parole come Sinistra Ecologia e Libertà che rischiano di non evocare più nulla, tanto meno ciò che le tre parole restano a significare singolarmente.

E’ una questione cruciale, che, ne siamo sempre più convinti, necessita sia di percorsi progettuali, a partire da quelle che sono le migliori riflessioni in tale ambito specifico (consiglio tre libri: Merce-Natura ed Ecosocialismo di Michele Nobile Ed.erre emme. Joan Martinez-Alier ECOLOGIA DEI POVERI LE LOTTE PER LA GIUSTIZIA AMBIENTALE Jaca Book e Ecologia mondialità Mistica Leonardo Boff Cittadella), sia di esempi concreti da realizzare coordinandosi con chi, su scala globale, è capace di presentarli in maniera chiara, netta, efficiente e produttiva, in ogni parte del mondo, in termini di benefici sociali, economici ed ambientali, al di là delle etichette politiche e dei confini degli Stati.

E’ una questione URGENTE, non di mesi o di anni, altrimenti, come dice giustamente Nichi, il “rinculo”, il "regresso” ci lascerà tutti con il “culo per terra” e più di tutti chi non passa dalle narrazioni ai fatti.

C.F.

Eco-socialismo: La prospettiva ecologica

Gli attuali metodi di produzione possono innegabilmente danneggiare gli ecosistemi del mondo in molti modi. Tuttora, la questione rimane se l’attività produttiva umana, la trasformazione dei materiali che provengono dalla natura nelle merci adatte per l’uso umano, è inevitabilmente dannosa in un senso ecologico. La massiccia scala dell’attività produttiva umana certamente ha implicazioni immense per l’ecologia e alcuni verdi radicali sostengono che l’attività umana su una tale scala sia incompatibile con un rapporto armonioso con il resto della natura.

Nel considerare che cosa noi intendiamo per “danno ecologico”, è importante ricordare che questi ecosistemi si stanno evolvendo. La biosfera nel complesso, che consiste in milioni di forme di vita reciprocamente interdipendenti, può essere pensata come un unico ecosistema.

Tuttavia è ancora possibile distinguere vari subsistemi, o “biomedi” all’interno di esso, sulle basi delle differenti condizioni climatiche e fisiche che esistono in diverse parti del mondo. Questi si schierano dalla tundra dell’artico, attraverso le foreste conifere e decidue e le steppe, alla savana e le foreste pluviali delle regioni vicino all’equatore. A ciascuna di queste condizioni fisiche e climatiche corrisponde un ecosistema stabile che si evolve fino al suo “punto culminante”, attraverso una serie di fasi successive. Questo punto culminante stabile sarà la situazione dove l’ammontare del cibo prodotto dalla vita della pianta è sufficiente, dopo aver tenuto conto dei bisogni di respirazione delle piante, per soddisfare in maniera sostenibile i requisiti di energia alimentare di tutte le forme di vita animali dentro il sistema. Sarà, di fatto, la situazione che fa un uso ottimale, in termini di sostenimento di tutte le forme di vita dentro il sistema, della luce dei raggi del sole che cadono sull’area.

Un punto culminante ecologico è definito in termini di esistenza di condizioni fisiche e climatiche. È chiaro che se questi ultimi cambiamenti sono esistiti, ed effettivamente ce ne sono stati relativamente molti nel corso delle migliaia di milioni di anni di vita – attraverso cose come il livello del mare, e l’andirivieni delle ere glaciali – allora l’equilibrio precedentemente esistente sarà rovesciato. Uno nuovo tenderà poi a svilupparsi in conformità con le nuove condizioni fisiche e climatiche.

Lo sfacelo di un vecchio ecosistema fa precipitare le differenti specie e varietà di forme di vita in uno stato di competizione. Nel caso delle piante, la competizione sarebbe nel catturare la luce dei raggi del sole. Nel caso degli animali, sarebbe nel recuperare l’energia alimentare prodotta dalle piante. Le specie e gli individui che dimostrano di essere meglio adattati alle nuove condizioni (“il più adatto” come dice Darwin) sopravviverebbero e fiorirebbero. Alla fine un nuovo ecosistema stabile, con un “punto culminante” differente, appropriato alle nuove condizione geofisiche, si evolverebbe. Le specie potrebbero scomparire lasciando la nicchia ecologica che hanno occupato per essere riempite dai nuovi arrivati.

Gli ecosistemi del mondo si stanno continuamente evolvendo e perciò non c’è nessuno stato “originale”, “naturale” del pianeta. Dopo tutto, gli esseri umani sono sia un prodotto che una parte della natura e non qualcosa al di fuori di essa. Non c’è alcun motivo di considerare un ecosistema in cui gli esseri umani, come gli altri animali, vivono in un numero limitato come “raccoglitori/cacciatori” nella foresta come più “naturale” di uno in cui c’è un numero più grande di alberi e piante della foresta. Non c’è alcuna base in ecologia per dire che gli alberi dovrebbero essere la principale forma di vita, nemmeno che la condizione umana naturale è cacciare e raccogliere.

L’Ecologia e il Socialismo

I materiali che gli esseri umani prendono dalla natura possono essere divisi in due categorie, a seconda se sono rinnovabili o non-rinnovabili. Quasi tutto della natura organica è rinnovabile (dato che la maggior parte di essa può essere cresciuta in un periodo di tempo relativamente breve), come lo sono certe forze naturali che gli esseri umani usano come strumenti di lavoro (fiumi, cascate, vento, i raggi del sole, ecc.). Le risorse non-rinnovabili d’altro canto – come i minerali metalliferi, il carbone, il petrolio, l’argilla, la sabbia – sono così chiamate perché non fanno parte di alcun ciclo naturale che le riproduce, per lo meno non con una scala di tempo rilevante per gli esseri umani.

L’Agricoltura

Il modo più ovvio in cui gli esseri umani estraggono materiali rinnovabili dalla biosfera è attraverso l’agricoltura. L’agricoltura comporta, per definizione, un cambiamento fondamentale nell’ecosistema esistente. L’introduzione dell’agricoltura in Europa comportò il taglio della maggior parte della foresta decidua. Questa foresta decidua ha rappresentato un punto culminante ecologico stabile per la maggior parte dell’Europa. La terra era usata per far crescere piante che gli esseri umani trovavano utili, a danno sia degli alberi che delle altre piante che erano cresciute rigogliosamente nella foresta. L’agricoltura comporta deliberatamente l’impedimento di un ecosistema di svilupparsi verso un punto culminante.

Un ecosistema che coinvolge l'agricoltura per essere stabile richiede l'azione intenzionale da parte degli esseri umani. Questo comporta non soltanto coltivare i campi e mantenerli puliti da altre piante che potrebbero crescervi sopra (“erbacce”), ma anche mantenere la fertilità del terreno che, senza agricoltura, si rinnoverebbe spontaneamente.

Le cose vanno male quando gli esseri umani ignorano le conseguenze ecologiche delle loro azioni, per esempio, permettendo tanto pascolo dei loro animali addomesticati o prendendo dal terreno senza ristabilire i minerali e i materiali organici che sono essenziali allo sviluppo normale della pianta. Tuttavia, se gli esseri umani osservano queste regole, allora, come testimoniano numerosi esempi storici, un ecosistema in cui gli esseri umani praticano l’agricoltura può essere stabile quanto uno da cui gli esseri umani sono assenti, o uno in cui essi praticano la caccia e la raccolta.

Ciò era capito e praticato nelle comunità agricole relativamente autosufficienti che sono esistite fino all’arrivo del capitalismo, dove ciò che era prodotto era in gran parte consumato sul posto. Lo scarto degli esseri umani risultante dal consumo, insieme con lo scarto degli animali e quelle parti di piante e animali che non erano usate come cibo e altri fini, era restituito al terreno dove veniva decomposto da insetti, funghi e batteri presenti negli elementi che sostengono la fertilità del terreno.

Quando, tuttavia, il luogo di produzione e il luogo di consumo sono separati, questo ciclo tende a distruggersi. Il risultato è che la fertilità del terreno diminuisce. Se un’area si specializza nella produzione di un raccolto per l’esportazione, cioè per il consumo altrove, ciò significa che della materia minerale e organica incorporata nella raccolta lascerà quell’area per sempre e non sarà restituita al terreno. Lo stesso è valido per l’allevamento animale. Gli animali richiedono grandi quantità di calcio per le loro ossa, come pure di altri minerali come il fosforo, il ferro e il magnesio, i quali a loro volta provengono dal terreno, tramite le piante con cui si alimentano. Se quegli animali sono esportati, sia morti che vivi, e consumati altrove, allora i minerali che contengono sono persi dal terreno della zona dove essi sono stati allevati.

Un problema complementare sorge all’altro capo, al punto del consumo: che cosa fare con lo scarto degli esseri umani che, quando i punti di produzione e di consumo erano gli stessi, era restituito automaticamente al terreno e riciclato dalla natura? Rilasciandolo nel mare o nei fiumi o nelle fogne significa che è perso dall’agricoltura, anche se non, sfortunatamente, dalla biosfera (questo contribuisce all’inquinamento dell’acqua incoraggiando la proliferazione di alcune forme di vita – per esempio, le alghe e i batteri – a danno di altre che l’acqua normalmente sostiene).

La “soluzione” che è stata trovata sotto il capitalismo, in quanto è la più economica in termini di contenuto di lavoro dei prodotti, è stata l’uso di fertilizzanti artificiali – nitrati e fosfati che sono stati fabbricati in stabilimenti chimici. Questo funziona nel senso di permettere alla terra di continuare a produrre lo stesso ammontare, o più, dello stesso raccolto o animale, ma a un prezzo in termini d’inquinamento dell’acqua nella regione interessata. I fertilizzanti artificiali, non essendo tenuti dal terreno nello stesso modo in cui lo è lo scarto organico, tendono ad essere dilavati via dalla pioggia in corsi d’acqua dove causano inquinamento.

La soluzione ecologica al problema è trovare qualche modo per restituire al terreno lo scarto organico risultante dal consumo umano in aree urbane. Barry Commoner suggeriva che ciò potrebbe essere fatto per mezzo di tubi che colleghino la città e la campagna. Una soluzione a lungo termine sarebbe quella prevista dai primi socialisti che non vedevano l’ora che l’agricoltura e l’industria manifatturiera venissero combinati,

graduale abolizione della distinzione tra città e campagna, con una distribuzione più uniforme della popolazione sul territorio. (1)

I Materiali Non-Rinnovabili

Preoccupazione è stata espressa per il fatto che le risorse non-rinnovabili alla fine si esauriranno. Eppure, malgrado alcune previsioni selvagge che sono state fatte nel passato recente, l’esaurimento delle risorse non-rinnovabili non è un problema immediato. Un vantaggio che i materiali non-rinnovabili hanno sulla maggior parte di quelli rinnovabili è che possono normalmente essere usati più di una volta. Con le importanti eccezioni del carbone, del petrolio e dei gas naturali quando bruciati, essi possono essere riciclati. Una proporzione di alcuni metalli viene persa attraverso la corrosione, ma tutti i metalli possono in linea di principio essere recuperati e riusati. È stato insinuato, per esempio, che la maggior parte dell’oro estratto dai tempi antichi sia ancora in uso. Gran parte del ferro, del rame, dello stagno e di altri metalli estratti nello stesso periodo è ancora in giro da qualche parte anche se non è ancora usato come l’oro. Le risorse possono essere conservate facendo strumenti di produzione più facili da riparare e fabbricando beni di tutti i tipi che durino piuttosto che si distruggano o diventino inutilizzabili dopo un periodo di tempo attentamente calcolato, come è pratica comune sotto il capitalismo (obsolescenza pianificata).

Le risorse non-rinnovabili possono essere sostituite in molti casi da quelle rinnovabili. La produzione di elettricità è un esempio calzante.

La Tecnologia Non-Inquinante

Le tecniche impiegate per trasformare i materiali devono, se vogliono evitare di rovesciare i cicli naturali che sono fondamentali alla natura, evitare di scaricare nella biosfera o abbandonare come residui i prodotti, le sostanze tossiche o le sostanze che non possono essere assimilate dalla natura. In altre parole, dovrebbe essere applicata la tecnologia non-inquinante. Ciò è piuttosto fattibile da un punto di vista tecnico dato che le tecniche di trasformazione non-inquinanti sono conosciute in tutti i campi della produzione. Tuttavia, esse oggi non sono impiegate su alcuna ampia scala poiché incrementerebbero i costi di produzione e così sono escluse dalle leggi economiche del capitalismo.

Conclusione

Il principio di fondo dietro le trasformazioni nei materiali e i metodi produttivi usati, che è richiesto dalla necessità di tenere adeguato conto della dimensione ecologica, è quello che il sistema produttivo nell'insieme dovrebbe essere sostenibile per il resto della natura. In altre parole, quello che gli esseri umani prendono dalla natura, l’ammontare e il ritmo con il quale lo fanno, come pure il modo in cui usano questi materiali e se ne sbarazzano dopo l’uso, dovrebbe completamente essere fatto in una tale maniera da lasciare la natura in una posizione di continuare a fornire e riassorbire i materiali richiesti per l’uso.

A lungo andare questo implica livelli di consumo e di produzione stabili o soltanto in lento aumento, benché non escluda un piano accurato di rapido sviluppo su un periodo per raggiungere un livello a cui il consumo e la produzione potrebbero poi rimanere stabili. Una società in cui i livelli di produzione, di consumo e di popolazione sono stabili è stata denominata una “economia di stato-stabile” dove la produzione sarebbe adattata semplicemente per soddisfare i bisogni e per sostituire e riparare lo stock dei mezzi di produzione (materie prime e strumenti di produzione) necessari per questo.

È ovvio che oggi i bisogni umani sono lontani dall’essere soddisfatti su scala mondiale e che onestamente la rapida crescita nella produzione di cibo, abitazioni e altre basilari amenità sarebbe ancora necessaria per alcuni anni anche se la produzione cessasse di essere governata dalle leggi economiche del capitalismo. Tuttavia non dovrebbe essere dimenticato che una “economia di stato-stabile” sarebbe una situazione molto più normale di una economia adattata per accumulare alla cieca sempre più mezzi di produzione. Dopo tutto, l’unica ragione razionale per accumulare mezzi di produzione è alla fine essere in una posizione di soddisfare tutti i bisogni di consumo ragionevoli.

Una volta che lo stock dei mezzi di produzione ha raggiunto questo livello, in una società con questo scopo, l’accumulazione, o l’ulteriore espansione dello stock dei mezzi di produzione, può fermarsi e i livelli di produzione possono essere stabiliti. Logicamente, questo punto alla fine sarebbe raggiunto, dato che i bisogni di consumo di una data popolazione sono limitati.

Così se la società umana deve essere in grado di organizzare la sua produzione in un modo ecologicamente accettabile, allora deve abolire il meccanismo economico capitalistico dell’accumulazione di capitale e adattare la produzione preferibilmente alla diretta soddisfazione dei bisogni.

Fonti:

(1) Il Manifesto del Partito Comunista, Marx & Engels (1848)

(Traduzione da www.worldsocialism.org)

Appello Coordinamento 15 Ottobre

Si è costituito il Coordinamento 15 ottobre, luogo aperto di tanti e plurali attori sociali impegnati a costruire la partecipazione italiana alla giornata europea ed  internazionale di mobilitazione.   La giornata del 15 vedrà mobilitazioni in tutta Europa, nel Mediterraneo e in altre regioni del mondo. Anche in Italia è già stata raccolta da tanti soggetti organizzati, alleanze sociali, gruppi informali e persone.


Il Coordinamento si mette al servizio della riuscita della mobilitazione. Curerà unitariamente le caratteristiche, la logistica e l’organizzazione della manifestazione nazionale di Roma e ne definirà le sue parti comuni. Il suo obiettivo è favorire la massima inclusione, convergenza, convivenza e cooperazione delle molteplici e plurali forze sociali, reti, energie individuali e collettive che stanno preparando e prepareranno la mobilitazione con i propri appelli, le proprie alleanze, i propri contenuti.


CON LA RICHIESTA DI FAR CIRCOLARE IN INDIRIZZARI, MAILING LIST E NEL WEB

APPELLO
IL 15 OTTOBRE SARÀ UNA GIORNATA EUROPEA E INTERNAZIONALE DI MOBILITAZIONE
“gli esseri umani prima dei profitti, non siamo merce nelle mani di politici e banchieri,
chi pretende di governarci non ci rappresenta, l’alternativa c’è ed è nelle nostre mani, democrazia reale ora!”
Commissione Europea, governi europei, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale,  multinazionali e poteri forti ci presentano come dogmi intoccabili il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita.

Sono ricette inique e sbagliate, utili a difendere rendite e privilegi, e renderci tutti schiavi. Distruggono il lavoro e i suoi diritti, i sindacati, il contratto nazionale, le pensioni, l’istruzione, la cultura, i beni comuni, il territorio, la società e le comunità, tutti i diritti garantiti dalla nostra Costituzione. Opprimono il presente di una popolazione sempre più impoverita, negano il futuro ai giovani.

Non è vero che siano scelte obbligate. Noi le rifiutiamo. Qualunque schieramento politico le voglia imporre, avrà come unico effetto un’ulteriore devastazione sociale, ambientale, democratica. Ci sono altre strade, e quelle vogliamo percorrere, riprendendoci pienamente il nostro potere di cittadinanza che è fondamento di qualunque democrazia reale.

Non vogliamo fare un passo di più verso il baratro in cui l’Europa e l’Italia si stanno dirigendo e che la manovra del Governo, così come le politiche economiche europee, continuano ad avvicinare.
Vogliamo una vera alternativa di sistema. Si deve uscire dalla crisi con il cambiamento e l’innovazione. Le risorse ci sono.

Si deve investire sulla riconversione ecologica, la giustizia sociale, l’altra economia, sui saperi, la cultura, il territorio, la partecipazione. Si deve redistribuire radicalmente la ricchezza. Vogliamo ripartire dal risultato dei referendum del 12 e 13 giugno, per restituire alle comunità i beni comuni ed il loro diritto alla partecipazione. Si devono recuperare risorse dal taglio delle spese militari. Si deve smettere di fare le guerre e bisogna accogliere i migranti.

Le alternative vanno conquistate, insieme. In Europa, in Italia, nel Mediterraneo, nel mondo. In tanti e tante, diversi e diverse, uniti. E’ il solo modo per vincere.

Il Coordinamento 15 ottobre, luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati, invita tutti e tutte a preparare la mobilitazione e a essere in piazza a Roma, riempiendo la manifestazione con i propri appelli, con i propri contenuti, con le proprie lotte e proposte

PER LA NOSTRA DIGNITÀ E PER CAMBIARE DAVVERO

COORDINAMENTO 15 OTTOBRE

Fanno parte del Coordinamento 15 ottobre:
A Sud, Action, Altramente, Arci, Atenei in Rivolta, Attac Italia, CIB – Unicobas, Comitato 1° ottobre, Confederazione COBAS, Controlacrisi.org, CPU – Coord. Precari dell’Università, CUB – Confederazione Unitaria di Base, ESC, Fair Watch, Fed. Anarchica Italiana – Roma, Federazione della Sinistra, FGCI – Federazione Giovanile Comunisti Italiani, FIOM, Flare,  Forum Diritti Lavoro, Giovani Comunisti, Gruppo Abele, Laboratorio Politico “Alternativa”, Legambiente, Liberazione, LINK – Coordinamento Universitario, Osservatorio Europa, Partito Comunista dei Lavoratori, P. CARC, PDCI, Popolo Viola, PRC, Radio Vostok, R@P - Rete per l’Autorganizzazione Popolare , Rete@a Sinistra, Rete 28 Aprile – CGIL, Rete dei Comunisti, Rete della Conoscenza, Rete Salernitana per il 15 ottobre, Rete Viola, RIBALTA – Alternativa Ribelle,  Sinistra Critica, Sinistra Euromediterranea, Snater, Terra del Fuoco, Tilt, UDS – Unione degli Studenti, Un ponte per, Unicommon, Uniti per l’Alternativa, USB

Abbiamo bisogno di molto coraggio

Il 14 settembre scorso,  ha festeggiato i 90 anni di età una delle figure religiose brasiliane più importanti del secolo XX: il cardinale Paulo Evaristo Arns. Di ritorno dalla Sorbona, è stato mio insegnante quando ancora portavo i calzoni corti ad Agudos-SP e in seguito a Petropolis-RJ, quand’ero già frate,  come insegnante di liturgia e teologia dei Padri della chiesa antica. Ci obbligava a leggerli in lingua originale, greco e latino, cosa che ha istillato in me un amore viscerale per  i classici del pensiero cristiano.

Poi fu eletto vescovo ausiliare di San Paolo. Paolo VI lo fece Cardinale allo scopo di proteggerlo, dato che difendeva i diritti umani e denunciava a rischio della vita la tortura a prigionieri politici nelle celle degli organi di repressione.

Sebbene profetico, ma mansueto come Francesco, sempre mantenne la dimensione della speranza, anche nella notte di piombo della dittatura militare. Tutti coloro che l’incontravano, potevano udire, come io udii,  questa parola forte e decisa: “Coraggio, sempre avanti, di speranza in speranza.

Coraggio, ecco una virtù urgente al giorno d’oggi. Mi piace cogliere nella sapienza dei popoli indigeni, il senso più profondo dei valori umani. Al punto che, nella riunione della Carta della Terra all’Aja nel giugno del 2010, dove mi sono attivato sempre insieme a Mercedes Sosa, quando ancora era viva, domandai  a Pauline Tangiora, anziana della tribù dei Maori della Nuova Zelanda qual era secondo lei la virtù più importante. Con mia sorpresa lei disse: “È il coraggio”. Io le domandai: “Perché esattamente, il coraggio? “. Rispose: “Noi abbiamo bisogno di coraggio per schierarci a favore del diritto, dove regna l’ingiustizia. Senza il coraggio tu non puoi scalare nessuna montagna, senza il coraggio tu mai potrai arrivare al fondo della tua anima. Per affrontare la sofferenza tu hai bisogno di coraggio; solo con il coraggio tu puoi tendere la mano a chi è caduto e rialzarlo. Abbiamo bisogno di coraggio per generare figli e figlie per questo mondo. Per ritrovare il coraggio necessario abbiamo bisogno di stare uniti al Creatore. È lui che suscita in noi il coraggio a favore della giustizia”.

È appunto questo il coraggio che il cardinale Arns sempre ha istillato in tutti coloro che, coraggiosamente, si opponevano a quelli che ci avevano sequestrato la democrazia, che arrestavano, torturavano e assassinavano in nome dello Stato di Sicurezza Nazionale (in realtà, leggi: Sicurezza del capitale).

Io aggiungerei: oggi abbiamo bisogno di coraggio per denunciare le illusioni del sistema neoliberale, le cui tesi sono state rigorosamente confutate dai fatti; coraggio per riconoscere che non stiamo andando in direzione del riscaldamento globale ma che ci siamo già dentro; coraggio per mostrare i nessi causali tra gli innegabili eventi estremi, conseguenze del riscaldamento; coraggio per rivelare che Gaia sta cercando l’equilibrio perduto il che può implicare l’eliminazione di migliaia di specie e, se non faremo attenzione, della nostra stessa specie; coraggio per accusare l’irresponsabilità di coloro che prendono decisioni e che continuano ancora con il sogno vano e pericoloso di continuare a crescere e a crescere, spremendo dalla Terra beni è servizi che essa non può ormai più ricreare e per questo si indebolisce di giorno in giorno; coraggio per riconoscere che il rifiuto di cambiare il paradigma di relazione verso la Terra e il modo di produzione può condurci, irreparabilmente, a un cammino senza ritorno e quindi compromettere pericolosamente la nostra civiltà; coraggio per fare l’opzione per i poveri contro la loro povertà e a favore della vita e della giustizia, come fanno la Chiesa della liberazione e Dom Paolo Evaristo Arns.

Abbiamo bisogno di coraggio per sostenere che la civiltà occidentale sta fatalmente in declino, senza capacità di offrire una alternativa al processo di mondializzazione; coraggio per riconoscere l’illusione delle strategie del Vaticano per riscattare la visibilità perduta della Chiesa e la fallacia delle chiese mediatiche che annacquano il messaggio di Gesù riducendolo a un sedativo a basso costo per alienare le coscienze dalla realtà dei poveri, in un processo vergognoso di infantilizzazione dei fedeli; coraggio per annunciare che una umanità che è arrivata a percepire Dio nell’universo, portatrice di coscienza e di responsabilità, può ancora riscattare la vitalità della Madre Terra e salvare la nostra prova di civiltà; coraggio per affermare che togliendo e sommando tutto, la vita ha più futuro che la morte e che un piccolo raggio di luce è più potente di tutte le tenebre della notte buia.

Leonardo Boff


Tradotto da Romano Baraglia

La "pseudociviltà" dei nuovi "cives" barbarizzati

Viviamo in un'epoca da «basso impero» in cui, come sovente accade nei tempi di decadenza, alcuni barbari già integrati e per questo ben pagati, immemori di cosa fosse stata la civiltà romana, specialmente per ciò che attiene al valore dell'humanitas, si arrogano il diritto di essere considerati «cives» nei confronti di altri, come loro, che premono alle frontiere per entrare, e che contestano un modello di impero vessatorio in cui la tassazione, utile soprattutto alla casta di potere, non è più sostenibile nemmeno dalle popolazioni romanizzate, disposte per questo ad accogliere in «nuovi barbari» come dei veri e propri liberatori.

 

Oggi abbiamo i «barbari predicatori» dell'europeismo formato BCE, immemori di cosa debba essere e soprattutto di che cosa avesse animato, sin dall'inizio, l'europeismo. Gente che non sappiamo nemmeno se abbia letto il manifesto di Ventotene che inventò l'Europa Unita e in cui «si prevedeva una nuova realtà che avrebbe dovuto basarsi su una “terza via” economico-politica, che avrebbe evitato gli errori di capitalismo e comunismo, e che avrebbe permesso all’ordinamento democratico e all’autodeterminazione dei popoli di assumere un valore concreto."

In cui si precisava che «le gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall'interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica routinière per trovarsi poi di fronte all'insolubile problema di resuscitare lo spirito d'iniziativa con le differenziazioni nei salari, e con gli altri provvedimenti del genere; quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore opportunità di sviluppo e di impiego, e contemporaneamente vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obbiettivi di maggiore vantaggio per tutta la collettività.".

E nel quale soprattutto si auspicavano «i cambiamenti necessari per creare intorno al nuovo ordine un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento, e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi, le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto, e non solo formale, per tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un continuo ed efficace controllo sulla classe governante.»

Sappiamo bene come sono andate poi le cose, come la UE non è riuscita nemmeno a creare una Costituzione Unitaria pienamente corrispondente e coerente con tali principi. Siamo consapevoli che il monetarismo ha prevalso a tutti i costi, che nessuna vera struttura politica di coordinamento e di raccordo è stata creata, nessun organismo comune di difesa militare e tanto meno abbiamo una adeguata politica fiscale e del diritto del lavoro valida tutti i Paesi membri aderenti.

Chi dunque, come oggi fa Meloni con il suo artitolo su l'Unità, ci viene a dire che occorre evitare «sofismi ed ideologismi», che ci ricorda che non è stata la BCE a «salvare Alitalia e a colpire la reputazione dell'Italia nel mondo e le grandi società pubbliche con la nuova etica dei faccendieri improvvisati» probabilmente trascura di considerare che sono state le stesse strutture di «controllo economico» europeo a promuovere le finanziare italiane partorite sempre dallo stesso mago della finanza creativa, persino di più e meglio di quelle di altri governi che gli si opponevano, ha dimenticato la "lezione dei Penati". Come la BCE ha promosso le finanziarie berlusconiane, con la stessa serafica pazienza dell'avvoltoio che gira intorno alla preda in attesa che crolli al suolo stremata, per spolparla. Dato che le inevitabili privatizzazioni, tanto sbandierate ed evocate, non fanno altro che trasferire pezzi sempre più grossi di patrimonio nazionale in mano ai nuovi «barbari» che hanno la prosopopea di voler essere considerati gli autentici «cives europei»

O ci siamo forse dimenticati che si è osato addirittura chiedere come ostaggio ad una Grecia messa in ginocchio fino all'orlo della prostrazione, fino alla proskinesis, alla adorazione con il capo e il corpo striscianti a terra, il suo patrimonio culturale millenario, la sua risorsa più bella e preziosa, simbolo della sua stessa libertà: il Partenone, le isole, mancava solo il mare Egeo.. e ci auguriamo anche la vendetta di Zeus!

Che differenza c' è tra questa epoca e quella dei barbari invasori che inziarono il medioevo ellenico?

L'antipolitica non è dunque, come vorrebbero farci credere, lo sfuggire dall'europeismo della BCE, ma è piuttosto spacciare in maniera ostinatemente arrogante la politica della BCE per europeismo. Considerare l'umiliazione di interi popoli come necessaria alla «volontà di potenza» di una moneta, che ha, di fatto, arricchito pochi in Europa e impoverito la gran parte dei suoi cittadini.

Dove è finito quel forte «senso di solidarietà sociale» evocato dal manifesto di Ventotene nei diktat e nelle lettere che impongono tagli a servizi vitali, alla scuola, agli ospedali, agli stipendi dei lavoratori, allo stesso futuro dei giovani, con una precarizzazione senza fine?

Che invocano, come in una litania senza fine, una crescita del tutto astratta, senza considerare che la «crescita» è un concetto che già agli inizi degli anni sessanta persino i Kennedy riuscirono a contestare. Cosa significa «crescere»? Lo sa uno come Draghi e chi gli fa da «bordone»? Significa inondare il mondo di prodotti di consumo, magari inutili che non fanno che distruggere la natura e annientare la biodiversità? O significa forse immaginare un mondo di consumatori in cui a 50 anni si inizia ad essere «rottamabili» e a 80 si è pronti per il macero? In cui i giovani, fin dalla più tenera età, vengono «parcheggiati» ovunque, e persino dimenticati nelle auto in sosta, quando non buttati addirittura alla nascita dentro i cassonetti, e gli anziani lasciati morire di inedia, di solitudine e di abbandono, magari in lucrosissimi lagher.

E' questa la crescita tanto invocata? La «civiltà» dei nuovi «cives barbarizzati»?

Sappiamo perché si vuole ridurre a tutti i costi l'offerta culturale nel campo umanistico, perché si vuole tagliare alla radice l'humanitas.

Quando uno come Marchionne riesce a fare introdurre in una manovra finanziaria addirittura una norma sui licenziamenti e poi, non ancora contento, rovescia il tavolo, dichiarando di volersi portar fuori persino da Confindustria, del tutto indifferene al calo di credibilità della sua azienda e alla forte riduzione della sua produttività, vuol dire che la «barbarie» ha vinto sull' «humanitas». Che la logica del profitto garantisce il suo imperium mediante i suoi «barbari», arricchitisi con il verbo della fedeltà alle armi della speculazione.

Evidentemente la costruzione del consenso, per caste o individui che fondano il loro potere sulla ricchezza personale, sempre più avulsa da regole di controllo o da conflitti di interessi, passa per la rimozione di ogni possibile alternativa di senso, culturale, morale e sociale a tale assetto, fino a proporlo come unica salvezza possibile da condizioni ancora più rovinose.

Tutto questo non fa che consentire il travaso della ricchezza dai molti ai pochi, sempre più inevitabile ed imprescindibile, costruendo anche quel consenso di cui le democrazie, almeno formalmente, hanno comunque bisogno.

Il “si salvi chi può” infatti si incrementa e viene indotto, in particolare, dall'illusione che ci si possa salvare meglio degli altri, saltando prima e tirando poi il carro di chi ha dimostrato più di altri di potersi salvare meglio e di essere per questo più credibile nell'orizzonte dell' arricchimento assunto a metafisica globale, e ritenuto tanto necessitante da non presentare alcuna alternativa alla sua ineludibile attuazione.

Il barbaro deve potersi affermare solo se quelli che anticamente erano i cives sono abbondantemente «barbarizzati», privi di cultura, di diritti, di speranza, sono ridotti alla «furberia» del contingente, più o meno come Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Noi italiani questo rischiamo di diventare: dei "Cacasenno", dando retta a chi spaccia la «barbarie» per riformismo, a chi ignora che i veri «riformisti» come Matteotti, furono capaci di combattere e denunciare la barbarie contemporanea, in primis, nella corruzione e nella speculazione, e fino alla morte.  Il vero riformismo è sempre stato socialista, non un sogno identitario, non la nostalgia di un rottame del secolo scorso, ma un modello di civiltà largamente praticato contro la crudeltà neoliberista. E' quello che contrasta il debito e la povertà promuovendo non il lavoro "nero" ma quello vero, stabile e meritevole.

Eppure, per smontare tali arroganti «consorterie», per umiliare quelli che dirigono i potentati bancari con l'illusione di essere i novelli imperatori nella caduta dell'impero del neoliberismo, per sbugiardare i loro scherani «pennivendoli», anche di certa sinistra lobotomizzzata dal verbo del «divide et impera pro pecunia tua», basterebbe ricordare le parole di Socrate nell'Apologia:  “Ottimo uomo, dal momento che sei Ateniese (oggi diremo Europeo)...non ti vergogni di occuparti delle ricchezze, e della fama e dell'onore, e invece non ti occupi e non ti dai pensiero della saggezza, della verità e della tua anima...?”

Ecco.. davvero, non vi vergognate?

C.F.

Come trattare il desiderio infinito?

Il desiderio non è un impulso qualsiasi. È un motore che mette in moto tutta la vita psichica. Esso gode della funzione di un principio, tradotto dal filosofo Ernst Bloch come principio speranza. Per natura sua non conosce limiti, come già osservato da Aristotele e da Freud. La psiche non desidera soltanto una cosa o l’altra. Essa desidera la totalità. Non desidera la pienezza dell’uomo, pretende il superuomo, quello che sorpassa infinitamente l’umano e conferisce il carattere di infinito al valore umano.

 

Il desiderio rende drammatica e, a volte, tragica l’esperienza. Ma anche, se realizzato, una felicità senza paragoni. Siamo sempre alla ricerca di un oggetto adeguato al nostro desiderio infinito e non lo troviamo nel campo dell’esperienza quotidiana. Qui ci imbattiamo soltanto in realtà finite.

Produce grande disillusione quando l’essere umano identifica una realtà finita come se fosse l’oggetto infinito cercato. Può essere la persona amata, una professione sempre desiderata, la casa dei sogni. Arriva il momento, e generalmente non tarda molto, nel quale percepiamo una insoddisfazione di base e sentiamo il desiderio di qualcosa più grande.

Come uscire da questo impasse , provocato dal desiderio infinito? Sfarfallare da un oggetto all’altro, senza mai trovare riposo? Dobbiamo metterci seriamente alla ricerca del vero oggetto del nostro desiderio. Entrando nel vivo della questione, rispondo subito: questo è l’ Essere e non un ente, è il Tutto e non la parte, è Infinito e non il finito. Dopo molto peregrinare, l’essere umano è portato a fare l’esperienza del cor inquietum (cuore inquieto) di Sant’Agostino: “tardi ti ho amato, o Bellezza tanto  antica e tanto nuova. Tardi ti ho amato. Il mio cuore inquieto non risposerà fino a quando non potrà riposare in Te”. Solo l’Essere Infinito è adeguato al desiderio infinito dell’essere umano e gli permette di riposare.

Il desiderio coinvolge energie vulcaniche poderose. Come comportarsi con queste? Prima di tutto, si tratta di accogliere, senza moralismi, questa condizione desiderante. Le passioni trascinano l’essere umano da tutti i lati. Alcune lo attirano dal lato della generosità e altre dell’egocentrismo. Integrare, senza comprimere tali energie, esige attenzione e non poche rinunce.

La psiche è chiamata costruire una sintesi personale che è la ricerca dell’equilibrio di tutte le energie interiori. E non farsi vittima di ossessioni a causa di una determinata pulsione, come per esempio la sessualità, e nemmeno comprimerla quasi fosse possibile evirarne il vigore. Quello che importa è integrarla come espressione di affetto, di amore e di estetica e di mantenerla sotto vigilanza, dato che abbiamo a che fare con un’energia vitale non totalmente controllabile con la ragione, ma per vie simboliche di sublimazione e attraverso altri propositi umanistici. Ciascuno deve imparare a rinunciare nel senso di una ascesi che libera dalle dipendenze e crea la libertà interiore, un dono tra i più pregevoli.

Altra forma di comportarsi col desiderio infinito è attraverso la precauzione che ci previene dalle imboscate della stessa vulnerabilità umana. Non siamo onnipotenti, né dei, immuni da fallimenti. Possiamo mostrarci deboli e, a volte, codardi. Ma possiamo prendere precauzioni contro situazioni che potrebbero farci cadere e perdere il Centro.

Forse una chiave ispiratrice che viene offerta da C. G. Jung con la sua proposta di costruire, durante la vita, un processo di individuazione. Questo possiede una dimensione olistica: assume con coraggio e umiltà tutte le pulsioni, immagini, archetipi, luci e ombre. Sente il ruggito  delle belve che lo abitano, ma anche il verso dell’usignolo che incanta. Come creare una unità interiore il cui effetto sia l’equilibrio dei desideri, la vivenza della libertà e della gioia di vivere?

C. G. Jung suggerisce che ognuno cerchi di  creare un Centro forte, un ‘io’ unificatore che abbia la funzione simile a quella del sole nel sistema solare. Il sole satellizza intorno a sé tutti i pianeti. Qualcosa di simile deve avvenire con la psiche: alimentare un Centro personale che tutto integri, attraverso la riflessione e l’interiorizzazione. E non meno importante, con il coltivare il Sacro e lo Spirituale. La religione, come istituzione, non raramente circonda la vita spirituale con un eccesso di dottrine e di norme morali troppo rigide. Ma la religione come spiritualità svolge una funzione fondamentale nel processo di individuazione. E’ compito suo ‘legare’ e ‘re-legare’ la  persona con il suo Centro, con tutte le cose, con l’universo, con la Fonte originaria di tutto l’essere, dandogli un sentimento di appartenenza.

La mancanza di integrazione dell’energia del desiderio si manifesta attraverso una dilacerazione delle relazioni sociali, attraverso la violenza assassina praticata in scuole o nell’assassinio di neri, poveri e omoaffettivi.

Avere a che fare con le forze del desiderio implica, dunque, una preoccupazione per la sanità sociale. Non si potrà non tener conto dell’educazione umanistica, etica e di cittadinanza che educhi il desiderio. Il grande ostacolo risiede nella logica stessa del sistema imperante che esaspera il desiderio di avere, non curandosi dei valori di civiltà, di gentilezza, buoni rapporti e di rispetto verso tutte le persone. Al contrario i mezzi di comunicazione di massa esaltano il desiderio individuale e la violenza per risolvere i conflitti umani.

La globalizzazione come fenomeno umano, ci obbligherà a moderare i desideri personali a favore di quelli collettivi e così rendere più equilibrata e amichevole la coesistenza umana.

Quanto desideriamo tempi favorevoli!

Leonardo Boff

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Tradotto da Romano Baraglia

Testo

L'illusione di un'economia verde

Leonardo Boff

Teologo/Filosofo
Tutto quello che faremo per proteggere il pianeta vivo che è la Terra contro fattori che l’hanno distolta dal suo equilibrio e hanno provocato, di conseguenza, il riscaldamento globale è valido e dev’essere appoggiato. In realtà, l’espressione “riscaldamento globale” nasconde fenomeni come secche prolungate che decimano il raccolto del grano, grandi inondazioni e tempeste di vento, mancanza di acqua, erosione dei suoli, fame, degrado di quei 15 tra i 24 servizi elencati nella Verifica Ecosistemica della Terra (ONU), responsabili della sostenibilità del pianeta (acqua, energia, suoli, sementi, fibre ecc.). La questione centrale non è tanto salvare la Terra (essa si salva da sola, buttandoci fuori dal suo seno, se occorre), quanto come salvare noi stessi e la nostra civiltà. Questa è la questione vera, alla quale la maggioranza delle persone fa le spallucce.


La produzione della catena del Carbonio, i prodotti organici, l’energia solare e eolica, la diminuzione il più possibile degli interventi sui ritmi della Natura, la ricerca di ri-creazione dei beni sfruttati, il riciclaggio, tutto ciò che viene sotto il nome di economia verde sono i processi più ricercati e diffusi. È bene che questo modo di produrre si imponga.

 


Anche così non dobbiamo farci illusioni né perdere il senso critico. Si parla di economia verde per evitare la questione della sostenibilità che si ritrova in opposizione all’attuale modo di produzione e consumo. Ma in fondo si tratta di misure contro il medesimo paradigma di dominazione della Natura. Non esiste il verde e il non verde. Tutti i prodotti contengono nelle varie fasi della loro produzione, elementi tossici, dannosi per la salute della Terra e della società. Oggi, attraverso l’analisi del ciclo vitale, possiamo esibire e monitorare le complesse interrelazioni tra le varie tappe, estrazione, trasporto, produzione, uso e scarto per ciascun prodotto e i loro impatti ambientali. Qui si vede chiaro che il cosiddetto verde non è poi tanto verde. Il verde rappresenta solo una tappa di un intero processo. La produzione non è mai eco-amichevole.


Prendiamo, ad esempio l’etanolo, dato come energia pulita e alternativa all’energia fossile e sudicia del petrolio. Questo è pulito solo sulle bocche dei distributori. L’intero processso della sua produzione è altamente inquinante; i pesticidi applicati al suolo, gl’incendi, i trasporti con grandi autocisterne che emettono gas; le emissioni delle fabbriche, gli scarichi liquidi e i rifiuti della lavorazione. I pesticidi eliminano batteri e escludomo i lombrichi che sono fondamentali per il suolo e hanno un ciclo di cinque anni.


Per garantirci una produzione, necessaria alla vita, che non stressi e avvilisca la natura, è necessario molto più che una ricerca del verde. La crisi è concettuale, non economica. Il rapporto con la Terra deve cambiare. Siamo parte di Gaia e col nostro comportamento attento la rendiamo più cosciente e con più probabilità che la sua vitalità sia salva.


Per salvarci non vedo altro cammino se non quello additato dalla Carta della Terra: “Il destino comune ci convoca a cercare un altro inizio; ciò richiede un cambiamento nella mente e nel cuore; esige un
nuovo senso di indipendenza globale e di responsabilità universale”
(finale).

Cambiamento di mente: significa un nuovo concetto di Terra come Gaia. Essa non appartiene a noi , ma al complesso degli ecosistemi che servono alla totalità della vita, regolando la loro base biofisica e i climi. È lei che ha creato l’intera comunità della vita e non soltanto noi. Noi siamo la sua frazione cosciente e responsabile. Il lavoro più pesante è svolto dai nostri soci invisibili, vero proletariato naturale, i microrganismi, i batteri, i funghi, che sono miliardi in una cucchiaiata di terra. Sono loro che effettivamente sostengono la vita da 3,8 miliardi di anni. La nostra relazione con la Terra dev’essere come quella con le nostre madri: rispetto e gratitudine. Dobbiamo restituire, riconoscenti, quello che essa ci dà e mantenerela sua capacità vitale.


Cambiamento del cuore significa che oltre la ragione strumentale con la quale organizziamo la produzione, abbiamo bisogno di una ragione cordiale e sensibile che si esprime attraverso l’amore alla Terra e nel rispetto di ogni creatura, perché nostra compagna nella comunità di vita e con sentimenti di reciprocità, di interdipendenza e di premure, perché questa è la nostra missione.


Senza questa conversione non si esce dalla miopia di un’economia verde. Solo nuove menti e nuovi cuori porteranno in grembo un futuro altro.

[Tradotto da Romano Baraglia]

Sic semper tyrannis

La cosiddetta «rivoluzione libica» aiutata ed infarcita con ex ufficiali lealisti e con zelanti mercenari dei servizi britannici e francesi, oltre che abbondantemente "irrorata" dalle bombe NATO, ha avuto un epilogo degno del «villaggio globale» in cui viviamo, ma nella versione più tribale che ci potesse essere presentata.

Gheddafi è stato pubblicamente linciato e le sue immagini di «fantoccio agonizzante» offerte al pubblico ludibrio mondiale, e agli «whow!» compiaciuti della « prima donzella dello zio Sam» sono sotto gli occhi di tutti.

Giustizia è fatta? Non diremmo proprio. Un «capro espiatorio» che avrebbe potuto scrivere una enciclopedia degli anni della guerra fredda e probabilmente anche di quelli di piombo nostrani, è stato tolto di mezzo, con un «sasso in bocca», non parlerà più, e il suo solerte assassino, un giovane minorenne, verrà addirittura consacrato alla gloria dell'eroismo.

Per noi che, quando il tiranno libico venne in Italia e le servili e zelanti autorità italiane con uno stuolo di escort in vena di marchette e pseudoconversioni, in cerca di commesse, investimenti e petrolio, gli stesero un tappeto rosso sotto i piedi, chiudendo uno dei luoghi storici della Repubblica Romana, proprio in occasione del suo 160° anniversario, ebbene, per noi che rischiammmo allora di essere arrestati solo perché volevamo fare volantinaggio di protesta proprio in quel luogo, tutto ciò appare un po' grottesco e sicuramente ridicolo.

Gheddafi è stato tolto di mezzo, ma i suoi amici e complici in Italia sono sempre lì, a minacciare addirittura rivoluzioni contro giornali e magistrati, e probabilmente anche a «fare le prove» con qualche scalmanato in piazza.

Il fatto è che adesso il «faccendiere libico» rischia di essere persino «beatificato» come eroe e martire della lotta antimperialista. E pare che Chavez abbia iniziato in maniera molto entusiastica questo martirologio.

Gheddafi ha sempre avuto la capacità di sembrare molto di più di ciò che è stato, ma fondamentalmente resta quel che è: un abilissimo cleptocrate, artefice di un regime che con i suoi più stretti alleati politici, ha sempre avuto una partecipazione diretta in qualsiasi cosa valesse la pena acquistare, vendere o possedere.

Uno che, a parole, ha sempre sbandierato la necessità di un'Africa libera e sovrana, ma che cinicamente non ha esitato a colpire i più grandi rivoluzionari africani, a partire da Thomas Sankara, ucciso in un complotto le cui responsabilità vanno imputate alla Libia di Gheddafi e, dietro le quinte, alla Francia, con il consenso preventivo della Cia.

Per François-Xavier Verschave la vicenda fu molto chiara: «Gheddafi e l’Africa francese avevano molte motivazioni comuni cementate dall’anti-americanismo, con l’aggiunta di interessi ben noti. L’eliminazione del presidente burkinabé Thomas Sankara è certamente il sacrificio fondatore».  Verschave continua osservando che «Foccart e le persone che circondavano Gheddafi convennnero nel 1987 di sostituire un leader troppo integro e indipendente, al punto di essere scomodo, con un Blaise Compaoré infinitamente meglio disposto a condividere i loro piani. L’ivoriano Houphouët fu associato al complotto».

Un leader libico senza scrupoli, dunque, che ebbe un ruolo importante anche negli anni delle stragi nostrane, specialmente in quelle di Ustica e di Bologna, perché Gheddafi era aiutato dal Sismi, come conferma la testimonianza dell’ex colonnello Demetrio Cogliando alla Commissione stragi (ancora secretata), a scovare e uccidere gli oppositori in Italia.

Il Sismi li scovava e poi faceva avere foto e indirizzo ai killer libici che agivano protetti dalle nostre autorità e dalle forze dell’ordine qui in territorio italiano.

Se uscissero fuori tutte le collusioni ultradecennali tra servizi segreti libici ed italiani, c'è da star sicuri che una intera classe politica nostrana salterebbe per aria in un baleno. E chissà che qualcuno, in vena di sostituzioni di «pezzi ormai obsoleti», non si decida a farlo e prima di quanto si pensi.

Gheddafi, poco più di un anno fa, venne qui in Italia a dichiarare: «Se ci tenete a conservare il più a lungo possibile la vostra identità etnico-culturale di popoli europei  allora dovete fidarvi del mio ruolo di repressore della tratta illegale degli africani; in caso contrario – aggiunse – un’emigrazione incontrollata dei popoli dell’Africa (il continente giovane e prolifico per antonomasia) verso il vecchio continente, unitamente al vostro calo delle nascite, vi farà oggetto di una vera e propria conquista demografica”. Ammonì le nostre coscienze ricordandoci che “dovete fare conoscere ai vostri figli i crimini commessi da voi italiani nel periodo del colonialismo in Libia, così come io quest’oggi ho mostrato al vostro Presidente Berlusconi, che ringrazio per l’attenzione dimostratami, le foto dei campi di concentramento da voi stessi costruiti nel mio Paese”.

Ma si guardò bene dal parlare dei campi di concentramento fatti costruire da lui stesso alle porte del Sahara per sterminare i migranti, e naturalmente tralasciò del tutto la sorte di quelli morti di fame e di sete, lungo la strada del «miraggio dei barconi», usati ad intermittenza come arma di «dissuasione di massa» contro il nostro paese e contro l'Europa, anche in barba agli accordi miliardari firmati dai suoi compiacenti amici nostrani.

Autorità istituzionali che sono ancora al loro posto e che sono state in prima fila nell'invocare la necessità del nostro intervento in Libia ma che, solo tre anni fa, riconoscevano al dittatore libico, finito oggi nella polvere, un ruolo di primo piano negli equilibri del continente africano e in quelli del Mediterraneo.

Napolitano sottolieneò allora che la visita di Gheddafi poteva «contribuire a dare il via a una nuova fase di relazioni fra Italia e Libia», rimarcando che «sulle questioni africane ho ascoltato da Gheddafi parole di grande moderazione e responsabilità» e concludendo che: «Occorre uno sforzo congiunto Italia-Libia in particolare per la Somalia. L'obiettivo di rendere il Mediterraneo un'area di pace, stabilità e benessere è altrettanto condiviso»

Gli venne concesso addirittura il pulpito di Palazzo Giustiniani con cui venne ad ammonirci che « il partitismo è l'aborto della democrazia. Se me lo chiedesse il popolo italiano, io darei il potere al popolo italiano, annullerei i partiti, non ci sarebbe più destra né sinistra né centro». Fu redarguito? Non proprio, e bisogna riconoscere che allora Alemanno ebbe un sussulto di dignità ben superiore a quello della seconda autorità dello Stato che riconobbe a Gheddafi un ruolo di statista, fu così infatti che Schifani apostrofò quell'intervento: «Ha parlato da uomo di Stato, è stato un intervento molto denso»

Strano che in così poco tempo il tiranno libico abbia avuto modo di capovolgere completamente i giudizi sul suo operato, tanto da far mandare dalle stesse autorità i bombardieri, in men che non si dica, diritti, diritti, dalle basi NATO nel nostro Paese, sulle teste non solo dei suoi soldati lealisti, ma anche dei molti libici civili ed innocenti che hanno assistito con terrore crescente alla guerrra civile scatenatasi nel loro territorio.

Vogliamo ricordare come lo stesso Gheddafi si espresse nei confronti di Berlusconi?  Presto fatto: «nulla in contrario se l'amico Silvio Berlusconi si presentasse per diventare il presidente del governo libico. Il popolo libico ne trarrebbe sicuramente vantaggio».

«Sic transit gloria mundi?" No..."Sic semper tyrannis!"..al plurale, ma non majestatis..

Però non vorremmo peccare di parzialità trascurtando gli ottimi rapporti che Gheddafi ebbe anche con autorevoli esponenti del centrosinistra.

Il 9 luglio del 1998, mentre la Libia era sottoposta alle sanzioni dell' Onu, Lamberto Dini firmò un primo trattato, che fu a lungo criticato con Gheddafi. Quel trattato fu allora giustificato, in spregio a tutte quelle delibere ONU che oggi ci si è allineati ad applicare con fin troppo zelo, dicendo che “direttamente o indirettamente, Tripoli da tempo non è più coinvolta in atti di terrorismo”. Il Sismi nel 2003 ha dimostrato ampiamente che quella era una dichiarazione avventata, che però servì per preparare adeguatamente il viaggio di D’Alema del ’99 e cui fecero seguito le numerose telefonate fra Gheddafi e Prodi, salito nel frattempo alla guida della Commissione europea.

Allora, questa forse è la dimostrazione lampante che, se dobbiamo giustificare la caduta di un tiranno, ancor di più dovremmo essere attivi nel togliere di mezzo una intera classe politica italiana. E a chi ci dice che tutto ciò ha fatto comodo a tutti, adducendo come scusa commesse, lavori e petrolio in abbondanza, vorremmo solo ricordare un nome: Enrico Mattei, che andava a cercare petrolio in tutto il mondo, senza inginocchiarsi davanti a nessuno e con vantaggi equamente distribuiti tra paesi produttori e compagnie petrolifere. Sappiamo naturalmente che fine ha fatto e come, in seguito, il nostro sistema politico da Cefis in poi, si sia «attrezzato» per «servir compiacendo» e lucrare di conseguenza su tale «servaggio». Putroppo la «pista nera» del petrolio, da Matteotti a Pasolini ed oltre, in Italia è stata sempre una lunga fascia luttuosa, con innumerevoli assassinii tuttora impuniti.

Cosa ne sarà della Libia tra non molto è facilmente immaginabile, sarà un territorio in preda a lunghe lotte tribali, nelle quali l'integralismo islamico non tarderà ad aprirsi la strada, più o meno come in Somalia e nei Balcani, affacciandosi direttamente sulle nostre coste e su quelle di tutto il continente europeo.

Se gli obiettivi convergenti delle speculazioni finaziarie internazionali e delle guerre mediterranee erano quelli di indebolire fortemente la «fortezza Europa» mostrando palesemente che l'euro non può diventare moneta di scambio internazionale soprattutto per grandi investimenti e per l'acquisto di grandi quantità di materie prime, bisogna riconoscere che tali traguardi non sono poi così lontani.

Se non si distruggerà l'eurozona, sicuramente la si metterà seriamente sotto tutela, con una «camicia di forza» firmata NATO.  L'Europa resterà un mostriciattolo con una testa enorme, un ventre globoso e arti assai rinsecchiti. Senza voce né autonomia sul piano politico e militare. E potremo così tranquillamente abbandonare i sogni di una grande area mediterranea in crescita per scambi culturali, economici e commerciali.

Paradossalmente Gheddafi venne a dirci poco più di un anno fa che: «E’ giunta l’ora che il Mediterraneo torni ad essere mare nostrum, nel senso che deve appartenere unicamente a quelle nazioni posizionate sulle sue rive. Non possiamo più consentire che potenze lontane geograficamente debbano conservare la loro supremazia militare e marittima sul nostro mare. Dobbiamo, prima o poi, iniziare a liberarcene perché ormai i tempi sono maturi per una svolta strategica».

Lo sappiamo: non era che una beffa, buona più per umiliarci ulteriormente piuttosto che per rivendicare un ruolo di cui lui stesso non è mai stato né artefice e tanto meno protagonista, indaffarato come era a restare disperatamente a galla facendo affari con tutti. La sua fine risulta ancora più squallida e penosa se è vero che ha cercato pure di "comprare" la sua salvezza dai suoi carnefici

All'Europa, al mondo e a coloro che ambiscono a progettare nuove egemonie o ulteriori superpotenze può dunque bastare oggi il monito di Thomas Sankara:

«Voi avete di che nutrirvi, ma se la popolazione è nella miseria e continua a restarci, un giorno vi impedirà di mangiare tranquillamente.»

Quella popolazione adesso, dopo la guerra di Libia, è ancora più vicina..

C.F.

Testo

Il Socialismo europeo e globale di fronte a sfide epocali

La sconfitta dei socialisti spagnoli è sicuramente un segnale d'allarme significativo non solo in merito alle prospettive del socialismo europeo, ma anche per quanto riguarda una seria politica di contrasto alle tendenze neoliberiste imperanti e al monetarismo sempre più spiccato della BCE.

E' altresì un indicatore importante della crisi del socialismo a livello globale?

Non sembrerebbe proprio. Innanzitutto rileviamo che, pur essendo battuto con un largo margine, il PSOE spagnolo conserva circa un 30% dei consensi e tale è sicuramente, rispetto ad altri partiti riformisti specialmente di area italiana, una percentuale ragguardevole. In secondo luogo c'è da notare che tale calo di consensi è più dovuto ad una disaffezione interna del suo elettorato che ad una valida alternativa presentata dal suo partito antagonista. E' stata quindi una sconfitta segnata duramente dal fattore “delusione”.

Il leader dei popolari spagnoli ha infatti conquistato una maggioranza assoluta praticamente senza promettere nulla, con un semplice, perdurante ma convincente.. “vedremo”, mentre i socialisti scontano due errori clamorosi.

Il primo è stato quello di non sapere interpretare le nuove sfide della crisi economica attuale, dimostrandosi incapaci di fornire risposte e tanto meno spiegazioni adeguate al loro elettorato. La conseguenza di ciò è stata che non si è avuta più la percezione di un distinguo netto tra politiche di sinistra e quelle di destra. Due casi sono emblematici in tal senso nelle politiche di Zapatero: il congelamento delle pensioni e una riforma dello Statuto dei lavoratori altamente penalizzante, imposta dall'alto senza cercare un minimo di concertazione o di consenso per una maggiore flessibilità tra i lavoratori. A ciò si aggiunga uno spiccato “laicismo” che è arrivato fin quasi allo scontro frontale con la Chiesa Cattolica, tradizionalmente ben radicata in Spagna.

Ma il fattore “disoccupazione” ha sicuramente pesato ancora di più, dato che la Spagna è oggi in Europa la nazione con un numero di disoccupati tra i più elevati.

In tale contesto, così come in altri, recuperare un terreno di dialogo con la protesta crescente degli “indignados” era non solo necessario ma sicuramente indispensabile per contenere almeno la perdita progressiva di consensi. Si è avuto invece l'esatto contrario: la crescita esponenziale della divaricazione tra governo socialista e movimenti di piazza.

Il movimento degli “indignati” ricorda un po' quelli anarchici della guerra civile spagnola: la FAI, il CNT, con le istanze libertarie, partecipative e la tendenza all'autogestione, ma senza quella organizzazione territoriale che si ebbe allora, anche se con una spiccata critica dell'apparato compromissorio verso il capitale e le politiche neoliberiste.

La protesta degli “indignados” però non è confluita in una vera e propria proposta alternativa di governo e di gestione dell'economia, e si è limitata alla “pars destruens”, esattamente come certi altri movimenti partecipativi che rimettono in primo piano la necessità dell'esercizio della democrazia diretta, senza però andare in profondità e spiegare come e quando potersi sottrarre validamente al tutoraggio dei grandi potentati economici oggi dominanti in Europa e nel mondo. L'invito al non voto è stato da parte di tali movimenti, sul cui coordinamento in rete alcuni sollevano vari dubbi in merito alla questione che siano in una certa qual misura eterodiretti più che spontanei, l'elemento infine più efficace e dirompente che ha causato la sonora sconfitta dei socialisti.

Dice tutto la seguente dichiarazione di uno di loro: Ignacio, un avvocato di 37 anni: «Io lo so che in fondo non è tutta colpa di Zapatero questo disastro. Il punto è che anche lui è un fantoccio nelle mani di qualcun altro: i banchieri, il Fondo monetario, la Commissione europea. Mi dispiace per come è andata con lui. Però è la dimostrazione che la politica in Spagna non ha bisogno di super eroi ma di gente semplice che si dedica alle piccole cose».

Il punto però è anche un altro: con la vittoria folgorante della destra, che fine farà questa “gente semplice che si dedica a piccole cose” non lo sappiamo di sicuro, ma una cosa certamente c'è da aspettarsela: che essa subisca, in Spagna come altrove, ulteriori e più numerosi tagli ai servizi e alle opportunità che già sono fortemente in crisi o scarseggiano fino a sparire del tutto

L'incapacità da parte degli “indignados” di compenetrarsi validamente nel processo di rinnovamento politico, civile e sociale, fino ad entrare con prepotenza negli apparati di partito della sinistra e l'incapacità di quest'ultima, e soprattutto del PSOE, di andare incontro validamente a tali istanze innovative, fino a rimettersi in discussione e trasformarsi ulteriormente dall'interno, ci danno la misura della sommatoria di errori che hanno portato ad una sonora sconfitta.

Sono gli stessi della sinistra riformista italiana nei confronti dei “grillini” che hanno contribuito alla “grulleria” della sconfitta in alcune nostre regioni.

Ma è davvero possibile reagire alle politiche neoliberiste, oppure la sconfitta dei socialisti spagnoli e di quelli greci dimostrano che, in realtà, nell'ambito degli schieramenti tradizionalmente maggioritari in Europa, ed in particolare in quelli socialisti, nulla di nuovo e di valido si può ormai proporre, nemmeno per arginare o ridurre l'impatto rovinoso dell'economia sulla politica?

Essenzialmente un dato emerge con sempre più chiarezza.

Nell' eurozona in cui manca una valida direzione fiscale e politica delle iniziative monetarie della BCE, ad essere penalizzati sempre di più appaiono i partiti di sinistra, in particolare quando agiscono senza un coordinamento continentale e, seguendo in buona parte interessi nazionali, in ordine sparso. In altri paesi come la Danimarca tuttora fuori dell'eurozona, le cose vanno diversamente. Evidentemente la sovranità monetaria rappresenta un vantaggio per chi propone un programma basato su investimenti pubblici, energie rinnovabili e fondi a educazione e sanità. E questo dovrebbe spingerci seriamente a riflettere sulla opportunità quanto meno di rinegoziare presenza e ruolo nell'ambito dell'eurozona, specialmente considerando come essa sia sempre più proiettata verso una centralità economica e finanziaria continentale e tedesca, e sempre meno orientata verso una valida sponda di cooperazione e di sviluppo nell'area mediterranea.

L'unico continente in cui il Socialismo, nei suoi vari e molteplici aspetti, vince democraticamente e liberamente appare oggi il Sudamerica, a causa di una concomitanza di fattori positivi:

La situazione dissestata delle economie dei Paesi dell’area, dovuta in gran parte alla crescita del debito estero e all’adozione del modello neoliberale ha determinato una forte reazione politica che ha visto coinvolti movimenti e personaggi che, dalla opposizione militare e guerrigliera, hanno saputo reinterpretare il loro ruolo e conquistare validamente quei consensi che hanno consentito loro di vincere le competizioni elettorali . Questo anche grazie alla revisione ideologica di alcuni partiti di sinistra, che ha permesso loro di abbracciare una fetta più ampia dell’elettorato. La capacità dei partiti e degli esponenti di sinistra di attrarre il voto di persone che non avevano mai votato prima è avvenuta soprattutto grazie al forte richiamo simbolico di alcuni candidati presidenziali.

Naturalmente tutto ciò è stato favorito dalla grande disponibilità di materie prime, dalla nazionalizzazione del loro sfruttamento e dall'incremento di rapporti con i paesi emergenti dell'area BRIC, in particolare con la Cina.

Nel Mediterraneo non è impossibile realizzare un ponte con il Sudamerica, e soprattutto con quei paesi emergenti che validamente hanno come comune obiettivo la riduzione della povertà e delle disuguaglianze. Programmi come Chile solidario, Fame zero in Brasile o le Misiones venezuelane si concentrano sulle fasce più deboli della popolazione, cui si propongono di offrire – tramite una serie di sussidi – una risposta alla fame, all’analfabetismo, all’emergenza medica. Lo Stato torna ad avere un ruolo centrale anche nell’economia. Ciò non sorprende, dato che anche un recente sondaggio di Latinobarometro ha confermato che i latinoamericani non hanno molta fiducia nell’economia di mercato e nelle imprese private. Tali politiche sarebbero cruciali per risollevare le disastrate condizioni di vari paesi della sponda sud del Mediterraneo, sottraendoli alla rovina del tribalismo, del fondamentalismo, del caudillismo e soprattutto del rischio di un caos sociale e politico permanente dovuto a conflitti endemici senza soluzione di continuità.

Un'area mediterranea di libero scambio, di progresso economico oltre che di sviluppo sociale, sottratta al nazionalismo e alla sudditanza neocoloniale, sarebbe davvero la carta vincente, soprattutto se coordinata con altre zone di analoga tendenza nei paesi emergenti e nel Sudamerica, contro quell'invadenza e quell'offensiva neoliberista e neocolonialista che, con guerre sempre più rovinose e perduranti, si sta imponendo dall'inizio del secolo, e che ha come principale scopo quello di impedire che il commercio delle materie prime, dal Mediterraneo al Medio Oriente, avvenga non più in dollari ma in euro.

Saddam e Gheddafi che commerciavano petrolio in cambio di euro sono stati eliminati soprattutto per questo motivo, e c'è seriamente da considerare che lo stesso rischio oggi corra l'Iran anche se, in tal caso, il conflitto assumerebbe le proporzioni di un vero e proprio Armagheddon.

La Spagna, però, in tale difficile contingenza globale, pur nella sua difficile situazione sociale ed economica, e nonostante la cocente sconfitta socialista, ha saputo dimostrare sicuramente uno slancio, una dignità e una credibilità in più di altri paesi “fratelli” della sponda mediterranea come la Grecia e l'Italia, e sebbene non stia sicuramente meglio di noi italiani, perché ha saputo eleggere un governo democraticamente, senza subire l'umiliazione “tutoriale” di governi “alieni e consociativi”, di fatto imposti dalla BCE.

L'Europa della BCE assomiglia molto a quella carolingia. “Spazza via” chi non si “converte” alla fede monetaristica ed inaugura un ferreo sistema di vassallaggio nei rapporti tra economia e politica. Ma non ha futuro, perché sostanzialmente autoreferenziale ed “utile” soltanto per dirottare ricchezza dai ceti medi ai grandi “feudatari bancari”.

Un' Europa mediterranea fa paura a chi vuole usare il “mare nostrum” come “base militare” di controllo dello sfruttamento delle aree più ricche di quelle materie prime destinate, nei prossimi anni, a diminuire di quantità e ad aumentare di prezzo.

Il Socialismo europeo ha quindi di fronte a sé molti nemici, proprio per il rischio che esso potrebbe rappresentare se potesse realmente coordinarsi e sfuggire al dominio delle tendenze neoliberiste e neocolonialiste. Un rischio talmente grosso da costituire una svolta epocale.

Ovvio quindi che si cerchi di sabotarne l'affermazione seminando la proliferazione di innumerevoli suoi nemici interni che abbiano come loro missione principale proprio la necessità di dimostrarne l'inefficacia, l'inconsistenza, la sudditanza ed il suo squilibrio permanente tra utopismo e massimalismo ideologico a sfondo totalitario.

Nemici ovviamente perfettamente inseriti nella gerarchia di vassallaggio con cui il totalitarismo monetaristico neoliberista si sta affermando. Nemici a tal punto tale, da arrivare a definirlo un “errore antropologico”, cioè una sorta di contraddizione intrinseca della natura umana, capovolgendo e misconoscendo completamente il senso profondo delle radici umanistiche su cui il Socialismo stesso si fonda.

L'Ecosocialismo libertario invece resta tuttora la risposta migliore che si possa dare ad una crisi che rischia di aggredire la natura umana nei suoi più intimi valori fondativi: la libertà, la solidarietà e l'uguaglianza. In un mondo sempre più minacciato dai dissesti idrogeologici, strettamente legati a quelle politiche che considerano il territorio “merce” da utilizzare per fini di profitto, esso più che un'opzione politica, rappresenta la via della sopravvivenza della specie umana e la seria possibilità di arrivare indenni alla fine di questo secolo.

Attualmente abbiamo in Italia una pericolosa alleanza tra quei tecnocrati che lo considerano una “pericolosa illusione” ed i “gerarchi ecclesiali” che lo intendono come “errore antropologico”, suffragata dall'utilizzo di partiti contenitori guidati da vecchi leader “riciclatisi” proprio per sostenerne l'inconsistenza su scala globale.

Ricostruire una prospettiva di sviluppo socialista che sia concretamente libertaria e che contrasti in primo luogo quel totalitarismo dei mercati che non premia il merito, la competitività e l'innovazione, ma incentiva piuttosto l'oligopolio, l'obbedienza e la servitù monetaria, per promuovere una alternativa di emancipazione individuale e collettiva, è molto difficile, ma non impossibile e, allo stato attuale dei fatti, non può che risultare come un impegno rivoluzionario sia nei confronti di vecchi assunti dogmatici veteromarxisti sia contro le mistificazioni dell'apparato feudale neoliberista.

Solo alcuni grandi leader che sanno smascherare le trame lobbistiche che si celano dietro certi governi, e che allo stesso tempo viaggiano, conoscono ed apprezzano le grandi tendenze innovative che emergono prepotentemente nel mondo che non subisce passivamente un modello di globalizzazione a senso unico, possono concretamente restituire anche nel nostro Paese una possibilità di riscatto nella prospettiva del Socialismo del XXI secolo.

Non è difficile, basta solo che “diventino seriamente” ciò che “sono” e, come tali, si facciano autenticamente e coraggiosamente riconoscere in ambito europeo e globale.

C.F.